Socrate
Se Platone indicava il cielo e Aristotele guardava la terra, Socrate (469–399 a.C.) preferiva guardare negli occhi le persone. È stato il primo grande filosofo ad abbandonare lo studio della natura (le stelle, gli atomi, l'universo) per concentrarsi interamente sull'essere umano, sulla morale e sulla ricerca della verità interiore.
Non ha scritto una sola riga. Pensava che la filosofia non potesse essere racchiusa in un libro morto, ma che fosse un corpo vivo che si trasmette solo attraverso il dialogo e il confronto diretto. Tutto ciò che sappiamo di lui lo dobbiamo ai suoi allievi, soprattutto a Platone.
Girovagava per le piazze (agorà) e i mercati di Atene a piedi scalzi, tormentando passanti, politici e intellettuali con domande apparentemente semplici ma implacabili. Questo suo atteggiamento gli valse il soprannome di "tafano di Atene", un insetto fastidioso che scuoteva la città dal suo torpore morale.
I suoi insegnamenti non consistevano in una serie di dogmi o lezioni, ma in un vero e proprio metodo di ricerca:
1. Il "Sapere di non sapere"
Tutto comincia da qui. L'oracolo di Delfi aveva dichiarato Socrate "l'uomo più saggio di Atene". Socrate, sbalordito, andò a intervistare i grandi esperti della città (politici, poeti, artigiani) e scoprì che ognuno di loro credeva di sapere tutto, ma in realtà non sapeva nulla.
Socrate capì allora il senso dell'oracolo: lui era il più saggio perché era l'unico a essere consapevole della propria ignoranza. Il "so di non sapere" è la scintilla iniziale della filosofia: solo chi ammette la propria ignoranza sente il bisogno di cercare la verità.
2. L'Ironia socratica
Quando Socrate iniziava a dialogare con qualcuno, usava l'ironia (dal greco eironeia, finzione). Si fingeva ignorante, lodava l'immensa sapienza del suo interlocutore e cominciava a fargli domande incalzanti ("Cos'è la giustizia?", "Cos'è la virtù?").
A ogni risposta, Socrate faceva un'altra domanda, mostrando le contraddizioni e i punti deboli dei ragionamenti dell'altro, finché l'interlocutore, confuso e frustrato, non era costretto ad ammettere di non sapere ciò che credeva di dominare.
3. La Maieutica (L'arte di far partorire)
Sua madre, Fenarete, faceva la levatrice (l'ostetrica). Socrate diceva di fare lo stesso lavoro: solo che, invece di far partorire i corpi, faceva partorire le anime. Questo metodo si chiama maieutica.
Socrate era convinto che la verità non andasse "inculcata" dall'esterno con lunghi discorsi (come facevano i Sofisti, i professori a pagamento dell'epoca), ma che si trovasse già dentro ognuno di noi. Il filosofo deve solo aiutare l'interlocutore, attraverso le giuste domande, a tirare fuori la verità da se stesso.
4. L'Intellettualismo Etico: "Nessuno pecca volontariamente"
Nel campo della morale, Socrate sosteneva una tesi che oggi può sembrare strana: chi fa il male, lo fa solo per ignoranza.
Secondo lui, l'essere umano cerca per natura il proprio bene e la propria felicità. Se commette un'azione malvagia, è perché in quel momento è convinto, erroneamente, che quell'azione gli porterà un beneficio. Chi conosce il vero Bene, non può fare a meno di sceglierlo. Quindi, per avere cittadini onesti non servono punizioni severe, ma serve l'educazione.
Il Processo e la Condanna a Morte
Il vizio di Socrate di mettere in discussione l'autorità e di far riflettere le persone con la propria testa finì per spaventare il governo di Atene. Nel 399 a.C. venne portato in tribunale con accuse pesantissime:
Corruzione dei giovani (perché insegnava loro a dubitare di tutto)
Empietà (di non credere agli dei della città e di introdurre nuove divinità, che lui chiamava daimon, una sorta di voce interiore della coscienza).
Invece di chiedere pietà o proporre l'esilio, Socrate difese la sua missione filosofica a testa alta, affermando che la città avrebbe dovuto mantenerlo a spese pubbliche per il servizio che le offriva. Rifiutò persino il piano di fuga organizzato dai suoi discepoli, perché fuggire avrebbe significato violare le leggi dello Stato, quelle stesse leggi che lo avevano cresciuto e protetto per tutta la vita.
Morì bevendo un infuso di cicuta (un veleno potentissimo), circondato dai suoi allievi in lacrime, diventando per sempre il primo grande martire della libertà di pensiero.
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